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15 Feb 2011

IFRWH2010Unequal Sisters: Women, Gender, and Global Inequalities in Historical Perspective


Amsterdam, 25-27 agosto 2010

di Elisabetta Vezzosi, Presidente della Società Italiana delle Storiche

Il programma della International Federation for Research in Women's History, 18 intensi panel spalmati su tre giorni presso l'Aletta Institute for Women's History di Amsterdam – fondata nel 1935 come "International Archives for the Women's Movement", fu il primo luogo in Olanda in cui alla storia delle donne venne attribuita una base istituzionale - si è svolto in contemporanea e in congiunzione con il 21° Congresso di Scienze Storiche, 22-28 agosto, 2010.
Una scelta non totalmente condivisibile, questa, poiché ha finito per «impoverire» di temi gendered il Congresso Mondiale, «isolare» gli studi di genere e costringere i/le studiosi/e a scegliere tra i due convegni vista l'ampia distanza che separava le due sedi congressuali.

 

Si tratta quindi, per il 2013, di immaginare una diversa organizzazione, che favorisca l’integrazione tematica e delle categorie analitiche, oltre che la partecipazione e il possibile coinvolgimento di studiosi/e che non si occupano in modo specifico di genere.

Nei titoli dei panel ricorrono tre parole-chiave: transnazionalismo, femminismo e disuguaglianza. Saranno dunque esse a costituire il filo che tiene insieme i moltissimi temi trattati, i metodi, le novità di una storiografia con un altissimo grado di sofisticazione e internazionalizzazione, finalmente liberatasi dal «fardello» dell’angolatura unicamente occidentale. Un convegno dunque, che ha ribadito l’importanza della categoria di genere non solo per l’analisi transnazionale ma per l’esame di processi che non si arrestano alle generalizzazioni. Il valore della categoria di genere, dunque, come principio organizzatore per rileggere e analizzare le tappe e le modalità della cittadinanza maschile e femminile, oltre che strumento per favorire agency delle donne non solo sul piano scientifico.

Essendo impossibile citare ogni singolo panel e le sue protagoniste, è più efficace scegliere alcuni grandi temi dopo aver elencato metodi, questioni, parole chiave, che diano il senso della ricchezza di approcci e dibattiti, dell’innovazione  e della rivisitazione di argomenti noti (l’uso della biografia individuale come biografia collettiva, etc.).

 

Sul metodo: se in molti interventi è stata ribadita l’efficacia dell’intreccio tra classe, genere, etnia, razza, orientamento religioso e sessuale, l’affermazione di una prospettiva globale  e non western appare ormai consolidata,  mentre si nota un uso a tratti interscambiabile di definizioni che uguali non sono – transnazionale, internazionale, pan-pacific – e che richiederebbero più attente attribuzioni di significato.

 

Questioni che hanno sollecitato forme nuove di riflessione o che hanno assunto nuova centralità: i femminismi - transnazionali, post-1945, post-coloniali, etc. -;  il rilievo della leadership femminile e dei rapporti personali che spesso ne favoriscono al costruzione; gli intrecci tra discriminazioni di genere e razziali (panel 2 e 9); le relazioni di genere all’interno dei movimenti di liberazione anticoloniali (quello antiapartheid ad esempio); i molteplici significati della cittadinanza per molte e diverse tipologie di donne - dalle «colored» (il diritto di essere madri per le schiave; le strategie delle donne nel chiedere una relazione legittima e riconosciuta con lo Stato in paesi ex-coloniali: Liberia, Gabon, Mali), alle donne sposate che hanno dovuto combattere per una cittadinanza autonoma e non «derivata» - (panel 15); il complesso rapporto tra nazionalismo e internazionalismo; le generazioni tra nuove definizioni, contrasti e dibattute eredità; le discriminazioni nell’ambito delle associazioni scientifiche e nell’accademia (panel 7 e 16); il rapporto tra razzismo e sessismo (panel 12); la flebile presenza femminile nelle grandi organizzazioni internazionali (Lega delle Nazioni e Organizzazione delle Nazioni Unite) e il rapporto tra le delegate nazionali e le rappresentanti dei movimenti per i diritti delle donne (panel 12); i grandi convegni internazionali e le piattaforme di movimenti che per loro stessa natura si sono posti fin dalla nascita come transnazionali  - International Women Union, International Council of Women, etc. - (panel 10); fino alla battaglia contro il patronimico e all’affermazione del matriarcato come progetto di alcuni gruppi di femministe utopiche e socialiste.

 

Ed ora alcuni approfondimenti su temi che giudico innovativi e/o oggetto di originali e diversi interrogativi e approcci storiografici.

 

1 – La presenza femminile nelle organizzazioni internazionali: la Lega delle Nazioni (Ellen Du Bois), le Nazioni Unite (Glenda Sluga). L’angolatura proposta nelle relazioni presentate, pur mettendo in rilievo la scarsa rappresentanza femminile, si sofferma su questioni di altra natura: il rapporto tra diritti delle donne e diritti umani molti decenni prima che la Conferenza Nazionale delle Nazioni Unite sui diritti umani di Vienna del 1993 lo definisse (si veda l’esperienza della danese Bodil Begtrup come prima chairperson della Commisssion on the Status of Women delle Nazioni Unite); il modo in cui i rapporti personali, la  stima e la fiducia reciproca hanno avuto un peso nella costruzione di reti  internazionali tra delegazioni femminili; i rapporti tra le delegate ufficiali dei governi e le rappresentanti dei movimenti e delle associazioni delle donne (si veda la struttura di collegamento - Women’s Consultative Committee on Nationality - creata nell’ambito della Società delle Nazioni e il più definito «consultative status» di International Council of Women, International Alliance of Women, Women’s League for Peace and Freedom nell’ambito dell’ONU); gli elementi di continuità tra le agende femminili relative ai diritti delle due organizzazioni internazionali (vedi la istituzione della Commission on the Status of Women nel 1946); i molti significati del rapporto tra donne e sviluppo nell’ambito dei congressi internazionali e il modi in cui può essere storicamente disarticolato.

 

2 – I femminismi – Un tema, questo, che ha rivelato molte potenzialità innovative a partire da freschi e talora inconsueti interrogativi: perché per molti anni ha prevalso nella storiografia delle donne e di genere il paradigma nazionale e non ci si è concentrati sull’esistenza – più o meno esplicita – di nuove soggettività internazionali? Si è riflettuto sufficientemente sul mutamento nel tempo di concetti come  uguaglianza, giustizia sociale, emancipazione femminile e sul loro intreccio? In che modo possono essere analizzate le diverse forme di femminismo in distinti contesti nazionali (dall’impero ottomano al Giappone degli anni Settanta)? È sufficiente, per interpretare il femminismo delle donne ebree, continuare soprattutto ad evidenziare la loro sovra-rappresentazione nei movimenti delle donne tra tardo 800 e seconda guerra mondiale? Una volta stabilito che la categoria di sisterhood è ampiamente superata, come discuterla da una prospettiva non occidentale? Quanto hanno pesato, sulla creazione di movimenti femminismi transnazionali, i legami personali e amicali tra leader e/o militanti di paesi diversi (vedi Anne Cova sulla relazione tra i Council of Women in Francia, Italia e Portogallo)?

 

3 - Leadership e biografie – È soprattutto Karen Offen ad offrire un affresco che tiene insieme la questione della leadership, le biografie individuali e la creazione di movimenti transnazionali, evidenziando l’importanza delle individualità nel favorire un progetto organizzativo internazionale. Secondo Offen le studiose del femminismo internazionale si sono focalizzate più sullo sviluppo della cultura organizzativa della sorellanza internazionale che sugli specifici contributi individuali, fondamentali invece per comprendere i modi in cui si è potuta creare un’influente rete femminista transnazionale con la capacità di trascendere disuguaglianze potenzialmente divisive tra attiviste di culture diverse.

Il suo modello è la statunitense May Wright Sewall, fondatrice dell’International Council of Women nel 1888 e organizzatrice nei primi anni Novanta del World Congress of Representative Women. Il pensiero di Sewall è infatti emblematico di quello che Offen definisce «nuovo internazionalismo» – di fatto una anticipazione di quello che chiamiamo oggi «transnazionalismo» - la visione cioè di un internazionalismo innovativo e collaborativo promosso da donne non soltanto alla ricerca di un’alternativa al nazionalismo competitivo e sciovinistico del primo ventesimo secolo - proprio della politica maschile -,  ma sostenitrici di una concezione dell’armonia umana capace di frantumare i confini di classe, etnia, razza, culture, nell’ambito di una cooperazione locale, regionale, nazionale e internazionale.

Sewal per prima era impegnata sui temi dell’arbitrato, della pace e dei diritti delle donne. Il parlamento internazionale permanente delle donne, di cui cominciò a parlare fin dal 1893, avrebbe dovuto avere in agenda non tanto e non solo questioni legate alla condizione femminile, ma le grandi tematiche che impegnavano l’umanità affrontate attraverso il punto di vista delle donne. Il ruolo istituzionale di queste ultime nelle organizzazioni internazionali era al centro del sua idea di  transnazionalismo. Fu il World’s Congress of Representative Women del 1893 - il primo di molti congressi internazionali tenuti a Chicago in occasione dell’esposizione Colombiana – a recepire la sua idea, affrontando un ampio ventaglio di temi: istruzione, lavoro industriale, arte, filantropia e carità, riforma morale e sociale, cittadinanaza e governance.  Argomenti che – come indicò nel suo suo intervento di chiusura, The economy of Women’s Forces through Organization, - avrebbero dovuto essere al centro di un futuro «parlamento internazionale permanente di donne», che esaltasse la diversità dell’internazionalismo femminile, basato sul riconoscimento della diversità tra le nazioni come elemento di progresso, sul  mutuo riconoscimento e apprezzamento delle differenze, su tolleranza, dialogo empatetico, un trasversalismo che abiurasse a distinzioni di ceto, ricchezza, razza o religione. Il suo internazionalismo transnazionale avrebbe potuto dare frutti, ma richiedeva sforzi senza precedenti per gettare ponti tra culture e gruppi linguistici a partire dalla negazione di qualsiasi retorica nazionale auto-giustificatoria.

 

3 – Nuovi maternalismi?

Alcuni panel  (in particolare il numero 1, Unequal Motherhood: Transnational perspective) hanno affrontato i temi legati alla «maternità organizzata» in termini assai innovativi: dalle questioni sui quali le associazioni di madri nel mondo hanno focalizzato il loro impegno -  la pace, l’ambiente e l’inquinamento, il nucleare, le politiche di welfare -, alle contraddizioni spesso insite in movimenti progressisti che tendono al tempo stesso a riaffermare ruoli tradizionali. Nei paper presentati centrale è stato spesso il problema legato ai limiti dell’esercizio della piena cittadinanza da parte delle donne, attribuito al carente sostegno da parte dello Stato. Sono dunque state trattate le flebili politiche di sostegno alle madri non sposate, le carenze assistenziali e lo scarso accoglimento della diversità - dalle donne con figli disabili in Nuova Zelanda, all’assenza di child care pubblico in Australia -  come limiti alla liberazione delle donne; fino all’esperienza della  Housewife-Lib e Co-op Activism in Giappone nei tardi anni Settanta (Kiyoko Yamaguchi): i gruppi di acquisto solidale che si sono battuti con impegno su questioni sociali e ambientali senza voler mutare i tradizionali ruoli di genere.

 

5 - Colonialismi e imperi –  Centrali nei panel 2 e 3, i due temi sono stati affrontati dal punto di vista delle relazioni di genere, cruciali per stabilire gerarchie e politiche razziali, indicando nuove piste di ricerca fondate non sul conflitto e sul separatismo, ma sugli incontri interculturali, sugli intrecci e sulle fusioni tra donne: dai rapporti di stima delle donne indiane nei confronti delle insegnanti inglesi che cercavano di elevare il loro status subalterno, alle alleanze tra inglesi e indiane per la elaborazione e realizzazione di politiche progressiste attraverso il movimento missionario protestante.

E ancora, l’analisi del rapporto tra genere/impero/colonialismo e diritto comparato; la questione dei diritti delle donne all’interno della più vasta agenda per i diritti umani e i problemi legati ai popoli colonizzati e all’auto-determinazione; i diritti delle donne nel contesto della decolonizzazione e il loro attivismo come soggetti ex-coloniali.

In conclusione, è impossibile far trasparire nell’ambito di una breve relazione la grande varietà e abbondanza di temi, la notevole presenza non-western, i nuovi tagli metodologici. Se ancora il rapporto tra internazionalismo e transnazionalismo appare poco chiarito, alle consolidate categorie di  classe, genere, razza, orientamento sessuale, etnia, religione, se ne aggiungono con forza altre: istruzione, età e salute. L’attivismo collettivo – assai valorizzato – si arricchisce del protagonismo individuale attraverso l’analisi delle forme della leadership femminile, favorendo un’interpretazione sempre più osmotica tra sfera privata, pubblica e politica.

Certo è che le idee di May Sewall – a oltre un secolo di distanza - sono apparse ancora incredibilmente attuali e in gran parte da realizzare con compiutezza, così come la sua esigenza di elaborare piattaforme politiche che trattino i grandi temi globali dal punto di vista delle donne, attraverso la combinazione di visione di insieme e abilità organizzativa.

La scarsa presenza dei colleghi maschi all’Aletta Institute materializza – come spesso accade anche in Italia -  il grande gap tra una storiografia avanzatissima e in continua evoluzione e l’ancora scarsa integrazione nella storia generale: locale, nazionale, globale.

Un segnale in diversa direzione è stato costituito dalla presentazione del progetto internazionale Women and Social Movements, International - 1840 to Present - coordinato da Kathryn Kish Sklar e Thomas Dublin (presenza maschile assai significativa) -, una raccolta di fonti primarie (scritti di attiviste, diari e lettere, atti di conferenze nazionali e internazionali, etc.) accessibili sul web, che permettano di ricostruire la nascita dei movimenti sociali delle donne, e le loro agende internazionali, fornendo nuovi elementi interpretativi che ribadiscano l’enorme influenza dell’attivismo femminile sul complesso della storia contemporanea a livello globale. Il progetto stesso prevede una collaborazione internazionale «in rete» per la realizzazione di quello che diverrà a breve strumento indispensabile per la ricerca e l’insegnamento nell’ambito della storia, della scienza politica, della sociologia, degli studi giuridici.

Un  passo in più è già stato fatto. Il 7 gennaio 2011, a Boston, in occasione dell’incontro annuale dell’American Historical Association, sono state presentate le prime 30.000 pagine di documenti online.

 

Guarda il programma sul sito IFRWH:  www.ifrwh.com

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